INTERVISTA AL NOSTRO FISIOTERAPISTA PAOLO CARNIANI

Da sei anni a questa parte, tra coloro che svolgono il cosiddetto lavoro oscuro all’interno della famiglia GLS Dolphins Ancona c’è anche Paolo Carniani. Ruolo? Fisioterapista. Trentenne anconetano che, scoperto il football americano lavorando con i Dolphins, se ne è innamorato visceralmente.

Oggi andremo a conoscerlo meglio in questa lunga intervista

Dottor Carniani di preciso qual è la sua specializzazione?
«Mi sono laureato in fisioterapia all’università di Ancona. La specializzazione in riabilitazione muscolo-scheletrica l’ho presa invece all’università di Genova».

Ma come nasce l’interesse, la passione per le discipline mediche?
«È nata al liceo. Riuscivo molto bene in materie come anatomia umana, biologia e biochimica. I voti erano molto buoni. Poi dal quarto liceo ho iniziato a sentire la passione e l’esigenza di dedicarmi ad un lavoro che potesse aiutare la gente. Essere a disposizione delle persone».

E così ha scelto fisioterapia…
«Sì. Ma devo dire che superato il test di ingresso… diciamo che ho trovato tutt’altro. Mi aspettavo una cosa. E invece…. Pazienti in riabilitazione dopo gravissimi incidenti, altri in stato vegetativo, coma. Non è facile entrare nel dolore della gente. Eppure non mi sono abbattuto. L’esperienza è stata molto formativa e alla fine ho trovato anche il mio spazio nel mondo della fisioterapia sportiva che era il mio obiettivo sin dall’inizio».

In cosa si è sentito particolarmente cambiato dopo aver avuto a che fare con così tanto dolore?
«Da ragazzino ero molto timido, poi piano piano questa mia caratteristica è sparita. Poi occorre sviluppare la giusta miscela di competenze mediche, tecniche ed umane. Mettersi sempre al servizio del prossimo, parlare con gli altri e capirli».

L’amore per lo sport da dove nasce?
«L’ho praticato sin da bambino. Nuoto anzitutto a livelli non agonistici. Poi soprattutto minibasket e basket. Orsal, Stamura. Attualmente gioco con il Polverigi Basket (con cui collaboro anche come fisioterapista)».

Quindi dei Dolphins e del football americano non sapeva nulla…
«Lo conoscevo, ma no. Non ero appassionato e ne sapevo poco più di niente. I Dolphins sono stati comunque la mia prima esperienza lavorativa dopo essermi laureato a novembre 2015. Anche in questo caso sapevo dell’esistenza di questa società ma nulla più».

E l’incontro con i Dolphins come è avvenuto?
«Alcuni mi hanno messo in contatto con Paolo Belvederesi. Mi sono proposto come fisioterapista a gennaio 2016. E così sono entrato nella famiglia Dolphins».

Che impatto è stato?
«Lo definirei un gavettone enorme in termini di lavoro ed esperienza accumulata sin dal primo istante. Sono finito subito al fronte con la perfect season 2016. Dieci vittorie nella regular season per poi uscire al primo turno dei playoff. Un forte stress, dato che i traumi e gli infortuni degli atleti erano all’ordine del giorno. Ma poi ci ho fatto l’abitudine e l’esperienza mi ha forgiato tanto che oggi sono abituato a consistenti carichi di lavoro».

La difficoltà maggiore quale è stata quindi?
«La difficoltà maggiore è stata che sono stato subito responsabilizzato al 120%. Non avevo un superiore. Dovevo fare e decidere tutto io. E devo dire che ho riscontrato la massima fiducia da parte dei giocatori e della società».

Poi una pausa dai Dolphins.
«Sì ma per migliorare la mia formazione. Sono stato in un centro riabilitativo specializzato nello sport, a Londra. Soprattutto trattavano traumi derivanti dal calcio».

Poi il ritorno ai Dolphins.
«Certo ci sono sempre. Coadiuvato però da due miei amici e colleghi universitari, Lorenzo Gambini e Davide D’Angelo, oltre che da Alessio Piermarioli. Sembrerà scontato dirlo, ma tutti sono in possesso dei regolari titoli di studio e si lavora in simbiosi».
Si riesce a lavorare in quattro in simbiosi?
«Certo. Seguiamo tutti lo stesso approccio lavorativo e ci aggiorniamo continuamente, seguendo sempre ciò che dice la scienza. Miracoli non se ne fanno e mai e poi mai ci è passato per la testa di seguire metodi estremi (forzando i tempi di recupero) o addirittura fantasiosi. Diffiderei dai santoni che promettono la guarigione in una seduta. Questo è un punto che ci terrei bene a precisare e di cui io e tutti gli altri colleghi andiamo fieri e orgogliosi».

Come diceva Vince Lombardi il football non è uno sport di contatto ma di collisione. E nonostante le molte regole imposte negli ultimi quindici anni per preservare la salute di chi lo gioca, questa disciplina era e sarà sempre a rischio infortunio maggiore rispetto a molti altri sport. Tuttavia ci chiediamo, esistono infortuni “stupidi” ovviabili in un qualche maniera dall’atleta stesso?
«Sì. Direi che la gran parte degli infortuni muscolari sarebbero ovviabili. Quello comunemente noto come strappo».

E come fare quindi per evitarli?
«Beh occorre una migliore preparazione atletica ma anche mangiar meglio. Un miglior apporto nutrizionale è fondamentale per evitare di farsi male. Questo aspetto è abbastanza recente diciamo. Prima era completamente trascurato».

L’infortunio più grave che ha mai visto?
«La frattura di radio e ulna al braccio. Una situazione davvero molto importante e grave che ha richiesto quattro mesi per il solo recupero. Poi una lesione completa del tendine d’achille. Anche qui il distacco era totale. Otto mesi per il recupero».

E i ragazzi in questione sono poi tornati a giocare?
«Uno sì e uno no».

La soddisfazione più grossa dunque qual è?
«Il ruolo che mi sono ritagliato all’interno della famiglia Dolphins. Sento la massima fiducia attorno a me. A partire del presidente Leonardo Lombardi e via di seguito, coach, giocatori, dirigenti tutti. Sono diventato un grande appassionato dei Dolphins e del football americano. Mi era anche passata per la testa l’idea di iniziare a giocare. Ma poi ho pensato che la squadra prima o poi sarebbe rimasta senza fisioterapista».

Dottore come vuole concludere questa lunga intervista?
«Per ultimo, ma non in ordine di importanza, ricordo a tutti che la guarigione passa per la corretta e completa collaborazione del paziente. Ciò permette e permetterà sempre un recupero completo e nei tempi previsti dal percorso riabilitativo. Anche perché come già detto, fuori dalla medicina ufficiale i miracoli non li fa nessuno».

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